LETTERA DI TAVO BURAT AI GIOVANI

LETTERA DI TAVO BURAT AI GIOVANI

Il 6 giugno 2016 la biblioteca della Scuola Media Statale “Nino Costa” di Biella Chiavazza è stata intitolata alla memoria del Prof. Gustavo Buratti Zanchi, docente di lingua francese a Chiavazza dall’anno scolastico 1971/72 all’anno scolastico 1993/94.

In tale occasione, nel corso del breve convegno che ha preceduto la cerimonia di intitolazione della biblioteca, il Prof. Alberto Zola ha dato lettura della lettera che Gustavo Buratti inviò ai suoi allievi nella primavera del 1994.

Questo è il testo della lettera.

 

Alla magnifica III A della

Nino Costa – Chiavazza

                                                                                                                                           Veruno, Pasqua 1994

Cari ragazzi!,

                ho ricevuto qui il vostro mazzolino di lettere e ve ne ringrazio … a “cuore aperto”! Le vostre parole mi sono di grande conforto, perché testimoniano che, malgrado le mie urla e intemperanze varie (ma non mi era mai accorto di aver addirittura preso a pugni la porta! Quando è successo, Milena?), malgrado ciò – dicevo – avete saputo riconoscere l’amicizia e l’affetto.

                Sì, l’operazione è andata bene; ma è stata una botta pesante … come se fossi stato travolto a sciabolate da uno squadrone di ùssari a cavallo: ho un lungo taglio verticale sullo stomaco, cucito come il cuoio di un pallone da foot-ball; ed un’altra “sciabolata” dal ginocchio allo stinco, dove mi hanno prelevato la vena che hanno poi innestato nell’arteria vicino al cuore. Ora sono ancora dolorante: le ferite bruciano come quando si è stati fortemente scottati dal sole, e la pelle “tira”; le ossa delle spalle e della schiena, fanno male come se avessi buscato un sacco di legnate! Probabilmente, sono quelle che i molti miei avversari politici mi hanno augurato … spero che tra costoro non ci siano anche allievi ed ex allievi, incattiviti dalle mie “note” o da voti negativi!

                Adesso mi trovo qui, in un luogo sereno, nel verde (c’è un vasto giardino, per fare lunghe camminate) dove vengo “messo a punto”, proprio come un motore di auto rimesso a nuovo dal meccanico. È un po’ come a scuola: ho un orario “pieno”: ginnastica (soprattutto respiratoria), “cyclette”, psicologia, rilassamento, controlli medici … Non si sa quando avrò terminato. È un po’ come il gioco dell’oca. Andavo avanti spedito a “pieno punteggio”, ma l’altro giorno sono “caduto” in una casella perversa, e così ritorno all’inizio … proprio quando credevo di essere giunto all’uscita! Infatti, dovevo fare l’ultima prova, quella detta “dello sforzo” (“cyclette” in salita e “tapis-roulant” sempre più veloce) ma, prima ancora di iniziarla, alla verifica della pressione sanguigna, ho segnato valori così alti che i medici mi hanno di nuovo messo a letto con la flebo e le misure anti-infarto: devo ricominciare da capo! Accidenti alla mia emotività! E dire che non ho urlato né picchiato i pugni su tavoli e porte …

                Certo che se io facessi leggere le vostre lettere ai miei dottori qui, loro si spiegherebbero tutto, e imputerebbero a quelle intemperanze tutti i miei malanni! Ma a tal proposito, sarà bene che io mi spieghi con voi, ragazzi che avrei voluto accompagnare sino alla licenza media, coronando la fine di un triennio con il viaggio alla scoperta di quella Provenza luminosa, che è sempre stata, per me, un paese di sogno, una “patria” scelta, una miniera di risorse per riprendere forza e coraggio nel cammino della vita.

            Eravate, voi della 3A, predestinati comunque ad essere i miei ultimi allievi, ma non sarebbe dovuto finire così, con un’interruzione indipendente dalla mia volontà. Un conto è lasciare perché stanchi e delusi, un conto è essere obbligati ad andarsene. Sono sempre stato insofferente ad ogni imposizione. Comunque, ragazzi, scrivo a voi come se mi indirizzassi contemporaneamente a tutti i miei allievi, iniziando dai primi, che incontrai a Pray …

            Le urla. Ecco, vorrei soprattutto non essere confuso con un graduato che intende imporsi prepotentemente alle malaugurate reclute. Non sopporto nulla degli usi, della (mal)educazione, degli stili militareschi, da caserma. A ben guardare, quelle mie urla, diventate più forti (e anche più patetiche) negli ultimi miei anni di scuola, non hanno nulla da spartire con il comando, ma piuttosto con la “disperazione”: è una parola grossa, lo so, eppure è di ciò che si trattava, magari a livello di inconscio. Disperazione di non riuscire a coinvolgervi in quanto vi presentavo; di non essere capace di essere con voi uno di voi, ragazzo come voi; di riuscire miracolosamente ad annullare quel mezzo secolo che ci divide. Se fossi riuscito a coniugare la mia lezione con le vostre sensibilità, avrei potuto azzardare un corso di francese divertente, allegro, spiritoso come soltanto troppo raramente è successo, per brevi momenti, come “finestrate” di sole in un cielo plumbeo e carico di elettricità che esplode troppo frequentemente in fulmini, lampi e tuoni!

            Con voi, ho incontrato, praticamente, le stesse difficoltà avute con i miei figli: è stato impossibile entrare nel loro mondo, ridiventando il ragazzino insofferente, curioso, permaloso, “libero” che anch’io sono stato, quando andavamo a bagnarci nella Chiebbia o al Gorgo Moro dell’Oropa, o a “esplorare” la Bertamelina, o a scivolare sul ghiaccio e sulla neve nelle stradine, o a pescare con le mani nei pressi del “Mulin di Ratt”. Niente da fare: il Gustavo di allora non è riuscito ad essere “compagno” dei ragazzi di oggi. O professore, o allievo, non sono riuscito a confondere i ruoli!

            E così, ragazzi, le mie urla sono molto più simili a quelle di un lupo che ulula alla luna, richiamo misterioso e irraggiungibile, piuttosto che all’abbaiare di un cane da guardia ringhioso. Sono riuscito a spiegarmi?

            Vi chiedo, comunque, scusa se vi ho dato l’impressione di essere intollerante, addirittura violento; se un messaggio posso ancora darvi, sia quello opposto: di riuscire ad essere pazienti, di scoprire nel contraddittore ed anche nell’avversario, qualcosa di positivo. È soltanto così che potremo dare un contributo reale alla pace.

            Come insegnante di lingua straniera, vorrei spronarvi a trovare nella diversità quanto di più interessante la vita può offrire. Se non siamo capaci di trovare stimoli di ricerca in quanto ci circonda, il viaggio in paesi lontani non ci offrirà nulla e risulterà così una banale, inutile fatica. Fate dunque tesoro di questa vostra prima esperienza di viaggio all’estero, osservate attentamente tutto quello che incontrate (iniziando a guardare fuori dal finestrino del treno!) e cercate di diffondere intorno a voi un’atmosfera di simpatia, anche se vi capitasse di incontrare ragazzi “chiusi” od addirittura “antipatici” che fanno pesare la vostra “estraneità” al loro ambiente, alla loro cultura.

            Sono certo che saprete superare bene quest’esame, non meno importante, davvero!, di quello che farete a giugno. Il vostro professore Buratti purtroppo non sarà con voi, ma vi seguirà con il pensiero e con tutto il suo affetto.

            Vorrei che anche voi vi uniste a me nel ringraziare particolarmente i professori che hanno preparato questo viaggio, la professoressa Barbara e la professoressa Mariuccia; mi raccomando di comportarvi bene con la nuova insegnante di francese! Salutate per me, ad Avignone, la professoressa Genevieve (insegnante di italiano) e Annine (professoressa di francese, di storia e di geografia) che hanno sempre attivamente collaborato per questo “scambio” culturale.

            Ricordate che io sono vostro amico, sempre a disposizione se potrò essere utile, negli anni futuri, a cominciare dal tradurre eventuali vostre lettere (anche “intime”: vi dò la mia parola che manterrò il “segreto” d’ufficio!).

            Vi abbraccio forte tutti,

            GUSTAVO BURATTI

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